Il corpo slogan*
Marina Ricci
La nostra epoca è caratterizzata da un fenomeno che lo storico Antonio Gibelli, nel suo recente libro “Berlusconi passato alla storia” ha definito “totalitarismo pubblicitario” , intendendo con ciò la vocazione a stabilire in modo assertivo ed univoco la contiguità fra pubblicità commerciale, marketing ed offerta politica in senso lato.
Non mi soffermo sulle cause storiche e sociali che hanno concorso a creare questo fenomeno ma accenno solo al fatto che esso si accompagna all’emergere nell’etica e nella cultura del sociale di forti istanze individualistiche ed aspirazioni edonistiche di cui il veicolo televisivo e pubblicitario diviene il volano collettivo.
La pubblicità, che nell’era dell’avvento della televisione, in bianco e nero, aveva suoi spazi ben delimitati, invade la scena della programmazione, confondendosi con l’intrattenimento e l’informazione ed entra nella vita quotidiana in forme mai fino ad ora raggiunte dall’immagine virtuale.
In modo straordinariamente rapido e facile la televisione si è impadronita dei corpi degli individui, uomini e donne, facendoli divenire strumento elettivo attraverso cui veicolare immagini consone alle esigenze del mercato e all’ideologia ad esso funzionale.
Benchè il fenomeno riguardi sia l’immagine maschile che quella femminile, l’uso che la televisione fa del corpo maschile rimane ancora, grosso modo, nell’ambito di modelli, che pur stereotipati nell’insistenza sulla bellezza e prestanza fisica dell’uomo di successo, non giungono ad applicare ad esso l’esasperazione e soprattutto la connotazione umiliante, deformante la soggettività, che raggiunge nei confronti dell’immagine femminile. In particolare la sessualizzazione dell’immagine femminile e la sua canonizzazione in una tipologia di bellezza che nega i mutamenti dovuti all’invecchiamento e centrata su parametri di appariscente esteriorità, impone in modo ripetitivo una visione del corpo non privo di ricadute nella definizione che le donne, soprattutto quelle delle nuove generazioni, assumono della propria identità. Gli altri modelli femminili, insistentemente proposti: la casalinga/moglie madre e la donna in carriera, anche se frutto di reiterati e ben noti ideologismi, sono, tutto sommato, meno dannosi in quanto invadono in misura meno marcata la corporeità femminile, entità da sempre esposta allo sguardo dell’Altro maschile come unità di misura che struttura l’ intrinseco valore della persona.
In quali modi, con quali messaggi e attraverso quali immagini la televisione intervenga sui corpi delle donne, ce ne offrono uno spaccato emblematico, inquietante e ragionato il filmato di Lorella Zanardo “Il corpo delle donne” ed il suo libro. Solo per ricordare alcune immagini: veline che, divertendosi un mondo, fungono da gamba di un tavolo in plexiglass, donne che si scannano fra di loro in dibattiti surreali attorno all’enfatizzazione dei rispettivi attributi sessuali.
Il corpo delle donne è un parametro valido per vedere, anche a grandi linee, come nel corso della storia abbia preso forma quanto abbiamo oggi sotto i nostri occhi e come questo fatto incida oggi nell’ identità femminile.
Si possono fare tre ordini di considerazioni:
1. Siamo davanti ad un fenomeno nuovo?
2. Questo, incide sull’identità femminile?
3. Quali rischi si delineano per le nuove generazioni?
1. Non siamo di fronte ad una novità. Il corpo delle donne è sempre stato terreno di conquista da parte dell’ideologia dominante, dettata dalle istanze di un potere maschile da cui le donne sono state fino a pochissimi anni fa escluse.
Partendo da lontano, dalla filosofia greca che impronta tutto il pensiero classico, nel IV secolo a.C. le donne sono considerate esseri inferiori per natura, anche nella riproduzione, tanto da essere definite “maschi sterili”. L’inferiorità della donna si fonda su basi biologiche: nella Riproduzione degli animali Aristotele scrive che la riproduzione è comune ad entrambi i sessi ma: “il maschio è portatore del principio del mutamento e della generazione”, “la femmina di quello della materia”, quello del mutamento è principio migliore e più divino di quello della materia che è ontologicamente inferiore. Ne consegue che all’uomo va il comando e alla donna l’obbedienza.
Così nel mondo romano la cui legislazione sancisce il marito come padrone assoluto della moglie ed una forte limitazione dei diritti delle donne a causa della loro limitata capacità di giudizio e di pensiero logico.
Così nel Medio Evo, San Tommaso d’Aquino diffonde la concezione aristotelica e af-ferma che la donna è “mas occasionatus”, un uomo mancato. (Summa Teologica)
Ma le cose non cambiano di molto se arriviamo all’epoca moderna.
Tutta la filosofia, teorizzerà in modo univoco l’assenza della Ragione nella donna e, in particolare Hegel, la differente sostanza etica che separerà in modo assoluto la sfera del pubblico e del privato, incastonandoli in una distinzione di ruoli immutabili e facendo di questo assioma il perno attorno a cui definire della donna l’immagine della madre, della prostituta, del malanno ambiguo .
Persino nei momenti di trionfo del pensiero illuminista che ha preparato la rivoluzione francese e con essa l’affermazione dei diritti umani, fondamento delle democrazie, troviamo teorizzazioni volte ad escludere le donne dalla possibilità di essere soggetti di diritto. Jean-Jacques Rousseau, ad esempio, sostenitore dei principi di eguaglianza, di libertà e di ragione, attribuisce alla ragione due qualità che ne sanciscono una differenza sessuale: quella creatrice, patrimonio e-sclusivamente maschile e quella pratica, appannaggio della donna.
La Ragione su cui si fonderà la concezione dello Stato moderno e che uguaglierà tutti gli uomini non potrà riguardare il genere femminile.
La donna possiede una ragione che non produce “il nuovo” ma svolge solo funzioni, nell’ambito della vita familiare, supportive all’esplicarsi della ragione creatrice maschile e pertanto non ha diritto di cittadinanza nella vita pubblica . In modo più sottile, mai chiaramente codificato ed esplicitato, come ricorda la politologa americana Carole Pateman , oltre al contratto sociale ne viene sancito un altro, fra uomini, per il libero accesso al corpo femminile da parte del mondo maschile.
Così la rappresentazione del corpo della donna è stato, di volta in volta, quella di un opaco e inerte contenitore, di luogo inquietante per l’ineluttabile attrazione sessuale suscitata nell’uomo, fonte di repulsione e ribrezzo per la sua mancanza di essenza spirituale etica e creativa, oppure di involucro sede di una bellezza tanto angelicata quanto superficiale ed idealizzata. Sempre comunque un involucro per l’Altro.
Sempre comunque un corpo mancante, un corpo che non esprime la propria presenza e la propria imprescindibilità ad essere corpo di un soggetto dotato di Ragione.
Il pensiero psicoanalitico introdurrà in questa, per le donne, aspra questione, un taglio differente, ed inizierà ad aprire problemi nuovi interrogando dapprima con Breuer e poi con Freud, attraverso il processo analitico di due donne, Anna O. (1893-1895) e Dora (1901), il significato “altro” contenuto nella sintomatologia isterica espressa dal loro corpo e parlando di un corpo come luogo di una specifica sessualità e non solo come mero contenitore.
E, pur impostando le vicende della sessualità femminile sulla centralità dell’invidia del pene come cardine dei possibili sviluppi del complesso edipico e, di conseguenza, del divenire, o meno, della femminilità (cosa che sarà ampiamente criticata da certe aree del movimento femminista), Freud rompe la spartizione netta fra “maschile-attivo” e “femminile-passivo”, mostrando la complessità della questione e soprattutto l’insostenibilità sul piano biologico e sul piano psicologico di una attribuzione di caratteri di genere in modo manicheo.
Nel terzo dei Tre saggi sulla teoria sessuale del 1905, “Le trasformazioni della sessualità nella pubertà” dice : “Ogni persona singola piuttosto rivela un miscuglio del suo carattere sessuale biologico con tratti biologici dell’altro sesso e una combinazione di attività e passività, sia in quanto questi tratti del carattere psichico dipendono dai caratteri biologici, sia anche nella misura in cui ne sono indipendenti”
E, più avanti, nel 1929, ne Il disagio della civiltà afferma che, nell’evoluzione della Civiltà: “Ciò che [ il maschio] adopera a scopi civili lo sottrae in larga misura alle donne e alla vita sessuale: la sua associazione continua con gli uomini e la sua dipendenza dalle relazioni con questi lo estraniano dai suoi doveri di marito e di padre. Così la donna si vede relegata in secondo piano dalle pretese della civiltà ed entra i rapporto ostile con essa”.
Ancora, nella nota conclusiva al capitolo: “ La sessualità è un fatto biologico che, per quanto di straordinaria importanza per la vita psichica, è difficile da afferrare psicolo-gicamente. Siamo abituati a dire: ogni essere umano rivela moti pulsionali, bisogni, attributi tanto maschili quanto femminili, ma, mentre l’anatomia può mostrare l’elemento particolare del maschile e del femminile, la psicologia non lo può fare. Per essa il contrasto dei sessi sfuma in quello di attività e passività, dove noi fin troppo facilmente facciamo coincidere l’attività con la mascolinità e la passività con la femminilità, il che non trova affatto conferma senza eccezione nel regno animale. La dottrina della bisessualità presenta ancora molti lati oscuri, e la mancanza tuttora di un nesso tra essa e la dottrina delle pulsioni costituisce, per la psicoanalisi un grave impedimento”.
In sostanza Freud da un lato apre alla complicazione della sessualità femminile ma anche di quella maschile E anche se non entra esplicitamente in una critica dei meccanismi di potere che determinano la condizione subalterna della donna ( compito che spetterà ai movimenti femminili di emancipazione del Novecento) mette in discussione l’irriducibilità di una differenza biologica nella definizione delle componenti della vita psichica e adombra il peso esercitato dalla civiltà (intesa limite posto dal mondo esterno al dominio delle pulsioni) nel definire la collocazione sociale della donna.
La specificità di genere emergerà con i movimenti femministi degli anni settanta.
Parallelamente all’uscita dal “privato” delle donne ed alla loro acquisizione di diritti e spazi nella vita pubblica, emergerà una teorizzazione della differenza, vista non più come causa e modalità di esclusione ma come affermazione di autonomia. Simone De Beauvoir, nel Secondo sesso, prima e poi la psicoanalista francese Luce Irigaray che teorizza il ritorno al rapporto con la madre come fondamento della specificità femminile e maschile e l’irriducibilità dell’un sesso all’altro, ribalteranno le logiche precedenti in modo radicale, parlando non più di emancipazione ma di ricerca di libertà.
I movimenti femministi avranno ben chiaro quanto i meccanismi di potere possano incidere sul corpo delle donne, contribuendo a definire di essa un’identità fragile e manipolabile e affermeranno che l’identità non è un dato di fatto ma una definizione di sé, faticosa e continua, aperta al mutamento e luogo di una continua riflessione critica.
Questo percorso, subisce una battuta d’arresto legata al più ampio processo di dissoluzione dei legami e della solidarietà sociale negli ultimi vent’anni e rimane, tutto sommato, patrimonio della generazione che ne fu protagonista.
2. Da questo sintetico sguardo sulle immagini femminili nel passato, si può ben comprendere come le donne, nel tentativo di affermare una propria autonoma identità, abbiano sempre dovuto contrastare un pensiero forte.
Nel mondo odierno c’è stato certamente un superamento delle visioni retrive di tanti secoli del passato e la conquista di una parità di diritti fra uomini e donne. E mentre da un lato ampio è l’accesso delle donne al mondo del lavoro, anche ad incarichi molto impegnativi, mentre le loro capacità vengono riconosciute e ragazze sono le migliori studentesse, parallelamente la televisione commerciale impone la bellezza ed il culto del corpo come passepartout per il successo in ogni ambito dell’ esistenza: nelle relazioni amorose, nel lavoro, nella politica e li fa diventare l’equivalente della fiducia in se stesse, dell’essere soggetto adeguato alle esigenze della modernità.
La bellezza e, peraltro, la bellezza estrema, diviene così il significante unico di molte altre qualità: bravura, intelligenza, tenacia. Diviene la chiave di volta imprescindibile per pensare di poter avere un valore sociale. Poiché l’adeguamento al modello propagandato ha poi dei riscontri nella realtà, dal facile accesso a cariche politiche all’essere prese in considerazione per un’assunzione, è evidente come quel modello sia un parametro molto importante in base al quale le donne, per prime, guardano a se stesse e come ciò non possa che condizionare in modo profondo la loro identità.
3. Dalla bellezza che diviene mito, il passaggio ad un uso perverso del corpo femminile è rapido: non sono pochi gli esempi in cui vediamo il corpo degradato a merce di scambio (vedi gli scambi di favore fra uomini politici), a ricompensa (accesso a cariche politiche, a vantaggi economici), a luogo elettivo di interventi di chirurgia estetica tanto lucrosi quanto criminali (un esempio agghiacciante è dato dalla trasmissione televisiva “Plastik-Ultrabellezza” in onda su Italia1 il venerdì).
Questi contenuti, accompagnati dalla suggestione onirica veicolata dalla TV a colori, che suggerisce in modo potente, l’intercambiabilità fra reale e virtuale, costruiscono un grave equivoco: l’ideale di bellezza viene, confusivamente, equiparato ad una conquista di libertà.
La libertà, conquistata in questi anni dalle donne sia sul piano del riconoscimento dei diritti che sul piano sessuale, rischia di trovare nel corpo esibito, seducente e perciò dotato di potenza, un simbolo di autoaffermazione e di autodeterminazione.
Esiste cioè il rischio elevato che le donne, soprattutto le giovani ragazze, vedano nell’adeguamento del proprio corpo ai modelli proposti una via per la conquista di una loro forza e di un loro potere, scambiandolo per una reale acquisizione identitaria e che in loro vengano allentate le funzioni psichiche connesse alla capacità critica e alla costruzione di strumenti per una più autentica costruzione di sé.
La soluzione onnipotente del conflitto fra i sessi, del rapporto con il potere e con i limiti del proprio corpo, rischia di finire per farla da “padrone” nell’acquiescenza di chi subisce una nuova forma di condizionamento e subordinazione.
sabato 14 maggio 2011
lunedì 25 aprile 2011
Lìmmagine e la realtà
CONVEGNO SULLA PROPOSTA DI LEGGE
“SULLA PARITÀ E LA NON DISCRIMINAZIONE TRA I GENERI
NELL’AMBITO DELLA PUBBLICITÀ E DEI MEZZI DI COMUNICAZIONE”
PRESENTATA DAL COMITATO IMMAGINE DIFFERENTE
Un mondo finto, a immagine e somiglianza della società della cultura del narcisismo, della mercificazione integrale
dei corpi e delle persone, in particolare del mondo femminile, attraverso l’utilizzo degli stereotipi nella pubblicità
e nei mezzi di comunicazione. Una riflessione culturale e politica per creare strumenti di sensibilizzazione,
per contribuire a eliminare elementi di ineguaglianza tra uomini e donne, per influenzare i comportamenti
stessi delle persone in generale.
MILANO - MERCOLEDÌ 11 MAGGIO 2011 - 18.30 -20.30
CAMERA DEL LAVORO DI MILANO - C.SO DI PORTA VITTORIA 43
Introduce: Paola BENTIVEGNA (segreteria Camera del Lavoro Milano)
partecipano:
Antonella EBERLIN (DonneInQuota)
Gabriella PIROLI (giornalista)
Marina RICCI (psicoanalista, Società di Psicoanalisi Critica)
Annalisa ROSIELLO (avvocato)
Francesco SILIATO(docente di sociologia delle comunicazioni)
Michela ZUCCA (antropologa)
Sono invitate esponenti di Amiche di ABCD, di altre associazioni e delle istituzioni locali e nazionali
“SULLA PARITÀ E LA NON DISCRIMINAZIONE TRA I GENERI
NELL’AMBITO DELLA PUBBLICITÀ E DEI MEZZI DI COMUNICAZIONE”
PRESENTATA DAL COMITATO IMMAGINE DIFFERENTE
Un mondo finto, a immagine e somiglianza della società della cultura del narcisismo, della mercificazione integrale
dei corpi e delle persone, in particolare del mondo femminile, attraverso l’utilizzo degli stereotipi nella pubblicità
e nei mezzi di comunicazione. Una riflessione culturale e politica per creare strumenti di sensibilizzazione,
per contribuire a eliminare elementi di ineguaglianza tra uomini e donne, per influenzare i comportamenti
stessi delle persone in generale.
MILANO - MERCOLEDÌ 11 MAGGIO 2011 - 18.30 -20.30
CAMERA DEL LAVORO DI MILANO - C.SO DI PORTA VITTORIA 43
Introduce: Paola BENTIVEGNA (segreteria Camera del Lavoro Milano)
partecipano:
Antonella EBERLIN (DonneInQuota)
Gabriella PIROLI (giornalista)
Marina RICCI (psicoanalista, Società di Psicoanalisi Critica)
Annalisa ROSIELLO (avvocato)
Francesco SILIATO(docente di sociologia delle comunicazioni)
Michela ZUCCA (antropologa)
Sono invitate esponenti di Amiche di ABCD, di altre associazioni e delle istituzioni locali e nazionali
giovedì 14 aprile 2011
La politica tra verità e certezza
La politica tra verità e certezza
di Mario Cirlà
Se ci soffermassimo un po’ su un opera come quella di Giovambattista Vico, se la smettessimo di far dire fesserie a Stuat-Milll o a Marx, forse si potrebbe cominciare a riflettere, e basterebbe poco, intorno alla sauvagerie su cui è costruito l’attuale linguaggio/discorso politico. Faccio un esempio: la lotta di classe e di casta, l’olocausto, il predominio del denaro, il manifesto abuso di potere e tutte le cose di questo genere si susseguono sul versante della certezza e non su quello della verità. Sono certezze, sono cose che si possono sapere e su questo terreno si possono scorgere i rapporti di forza, anzi si possono smascherare e cogliere in flagrante come pure brutalità. Invece per il delirio di verità, per la mobilitazione di tante Storie di Giganti che facciano da eventuale copertura o rendano divino il linguaggio dell’uomo politico (ciascuno in sé divino tiranno), la questione è un’altra; e se non temessi di fare una caricatura del pensiero di Vico, in fondo direi che si tratta della questione omerica, questione poetica per eccellenza, quella che ci tocca tutti nell’intimo, la questione del nostro umile commercio con gli dei.
Oggi la Filosofia del Diritto ufficiale risulta la scienza con la migliore tenuta di strada, sollecita nel togliere di mezzo anche le cose essenziali (leggi costituzionali) per impedire che trapeli il possibile fallimento della Ragione in seno a quel sistema di norme che passa sotto il nome di organizzazione statale. In altri termini, si lavora senza sosta a censurare il fenomeno della ripetizione, della coazione, con cui l’apparato del potere si regge e sempre si rimoderna. In alternativa o simultaneamente la riflessione, sedicente politica, sociale, filosofica, storica e via dicendo intorno alla legittimità si offre con tutte le etichette possibili immaginabili, di destra, di sinistra, di centro o persino assolutamente neutrale e apolitica. Tutto questo spiegamento di buone ragioni mira a costringere a pensare come si deve. Ci sono dunque le condizioni per incensare san Tommaso d’Aquino o Grozio o Marx o Engels, la Dichiarazione Universale dei diritti dell’uomo, Mao Tze-tung, Stuart Mill, o qualsiasi altro testo feticcio, ma sono tutte cose che appaiono senza spessore perché è importante è solo l’incensare e il far si che gli incensatori adempiano la loro funzione squisitamente sacerdotale. La si chiami pure una riflessione conservatrice e/o rivoluzionaria sul Diritto: non avrei nulla in contrario se in quel bigottismo non vedessi un piccolo inconveniente, e cioè che il pubblico dei lettori viene sempre scambiato per una massa di poveri imbecilli. E alla fine accadrà quel che sempre accade alle prediche di questo genere: saranno denunciate come prediche, come ulteriore tentativo per far rigare diritto. Assisto ad una rinascita del dogmatismo soprattutto nella produzione politica sul Diritto. In questa situazione a che vale parlare di psicoanalisi? Quel che può dire uno psicoanalista, sia pur parzialmente sedotto/edotto dal discorso della politica, diventa interessante solo in quanto ausilio circa le prediche che “fanno rigare diritto”.
di Mario Cirlà
Se ci soffermassimo un po’ su un opera come quella di Giovambattista Vico, se la smettessimo di far dire fesserie a Stuat-Milll o a Marx, forse si potrebbe cominciare a riflettere, e basterebbe poco, intorno alla sauvagerie su cui è costruito l’attuale linguaggio/discorso politico. Faccio un esempio: la lotta di classe e di casta, l’olocausto, il predominio del denaro, il manifesto abuso di potere e tutte le cose di questo genere si susseguono sul versante della certezza e non su quello della verità. Sono certezze, sono cose che si possono sapere e su questo terreno si possono scorgere i rapporti di forza, anzi si possono smascherare e cogliere in flagrante come pure brutalità. Invece per il delirio di verità, per la mobilitazione di tante Storie di Giganti che facciano da eventuale copertura o rendano divino il linguaggio dell’uomo politico (ciascuno in sé divino tiranno), la questione è un’altra; e se non temessi di fare una caricatura del pensiero di Vico, in fondo direi che si tratta della questione omerica, questione poetica per eccellenza, quella che ci tocca tutti nell’intimo, la questione del nostro umile commercio con gli dei.
Oggi la Filosofia del Diritto ufficiale risulta la scienza con la migliore tenuta di strada, sollecita nel togliere di mezzo anche le cose essenziali (leggi costituzionali) per impedire che trapeli il possibile fallimento della Ragione in seno a quel sistema di norme che passa sotto il nome di organizzazione statale. In altri termini, si lavora senza sosta a censurare il fenomeno della ripetizione, della coazione, con cui l’apparato del potere si regge e sempre si rimoderna. In alternativa o simultaneamente la riflessione, sedicente politica, sociale, filosofica, storica e via dicendo intorno alla legittimità si offre con tutte le etichette possibili immaginabili, di destra, di sinistra, di centro o persino assolutamente neutrale e apolitica. Tutto questo spiegamento di buone ragioni mira a costringere a pensare come si deve. Ci sono dunque le condizioni per incensare san Tommaso d’Aquino o Grozio o Marx o Engels, la Dichiarazione Universale dei diritti dell’uomo, Mao Tze-tung, Stuart Mill, o qualsiasi altro testo feticcio, ma sono tutte cose che appaiono senza spessore perché è importante è solo l’incensare e il far si che gli incensatori adempiano la loro funzione squisitamente sacerdotale. La si chiami pure una riflessione conservatrice e/o rivoluzionaria sul Diritto: non avrei nulla in contrario se in quel bigottismo non vedessi un piccolo inconveniente, e cioè che il pubblico dei lettori viene sempre scambiato per una massa di poveri imbecilli. E alla fine accadrà quel che sempre accade alle prediche di questo genere: saranno denunciate come prediche, come ulteriore tentativo per far rigare diritto. Assisto ad una rinascita del dogmatismo soprattutto nella produzione politica sul Diritto. In questa situazione a che vale parlare di psicoanalisi? Quel che può dire uno psicoanalista, sia pur parzialmente sedotto/edotto dal discorso della politica, diventa interessante solo in quanto ausilio circa le prediche che “fanno rigare diritto”.
domenica 10 aprile 2011
Il denaro e il "sociolismo"
di Giorgio Oldrini
(Testo dell’intervento letto alla presentazione del libro a cura di A. Voltolin, “L’ideologia del denaro”, Bruno Mondadori, 2011 presso: Università degli Studi di Milano – Polo di Mediazione Interculturale e Comunicazione, 8 aprile 2011)
Vorrei cominciare con una piccola confessione qui impegnativa: ho fatto a lungo il cronista, dunque sono sempre stato scarso sulle analisi, ma mi hanno molto interessato i racconti. Così ho deciso di raccontarvi la mia esperienza: sono uno dei pochissimi italiani che ha vissuto molti anni in un Paese, e in una epoca di quel Paese, in cui i soldi non contavano nulla.
Ho vissuto a Cuba tra il ‘75 e l’ 84, quando ancora forti erano le influenze di Che Guevara. Il Guerrillero aveva teorizzato che l’uomo rivoluzionario, l’uomo nuovo doveva agire mosso solo da stimoli morali disdegnando quelli materiali. A questo impianto ideologico si univa la scarsezza assoluta di beni, anche essenziali, e il risultato era l’accumulo di denaro in ciascuna famiglia che restava sdegnosamente inutilizzato.
Un amico, Juan Blasco, che ai nostri tempi era l’organizzatore di tutte le grandi manifestazioni cui partecipava Fidel, ci raccontava che quando vinse la Rivoluzione, venne chiamato da Castro che ordinò a lui, giovanissimo studente universitario, di diventare commissario interventore in un gruppo di banche in vista della loro unificazione e nazionalizzazione. Alla fine Fidel gli comunicò che gli toccava uno stipendio molto alto. Blasco scoppiò a piangere: “perché mi disprezzi al punto da offrirmi una retribuzione così alta. Perché mi offendi? Pensi che io non sia un rivoluzionario? “ gridò al Comandante.
Quando arrivai nell’isola, se un cubano depositava i soldi in banca non aveva diritto a nessun interesse. Qualche anno dopo, in seguito ad un dibattito ideologico serrato che voleva superare almeno in parte il guevarismo e le remore di quello che un nostro attuale governante definirebbe un pericoloso catto comunismo, si stabilì che gli interessi andavano concessi a chi depositava in banca. Ma con una divertente inversione della logica, più alto era il conto, più bassi gli interessi.
C’era poi una banca per stranieri dove si potevano depositare e ritirare, naturalmente sempre senza interessi, i detestati dollari. Vi avevano accesso diplomatici e giornalisti accreditati. Un giorno arrivò all’Avana la prima italiana fruitrice di una borsa di studio, la professoressa napoletana Alessandra Riccio. Aveva con sé i dollari per pagarsi la permanenza e la accompagnai nella banca per stranieri dove voleva aprire un conto. Il cassiere le chiese: “Lei è diplomatica?””No” rispose Alessandra. “lei è giornalista?” “No, sono una professoressa universitaria italiana titolare di una borsa di studio del governo cubano” “Mi spiace, ma allora non può depositare i suoi dollari”. Alessandra rimase senza parole, poi mi disse “In banca a Napoli prima ti prendono i soldi, poi ti chiedono perché vuoi depositarli”.
Nel settembre del 1975, Fidel Castro in un comizio sulla plaza de la Revolucion disse che il prezzo dello zucchero sui mercati internazionali era crollato, dunque occorreva risparmiare. Qualche sera dopo incontrai il ministro dell’educazione, che a Cuba è così importante da essere sempre vice primo ministro. “Allora il suo ministero adesso dovrà tagliare il bilancio” gli chiesi con la logica da ex consigliere comunale sestese. “Bilancio? – mi guardò stupito José Ramon Fernandez – Ma il mio Ministero non ha un bilancio”.
Questo modo di intendere il rapporto col denaro, o, come si diceva allora, con gli stimoli materiali, produceva effetti contradditori. Esaltava un nucleo di eroi volontari, pronti a prendere le armi per la Rivoluzione e totalmente disinteressati, e faceva crescere una quantità di lavoratori che non lavoravano. Se era indifferente infatti impegnarsi per più ore al giorno rispetto alla retribuzione o all’acquisizione di beni, perché dannarsi l’anima? Il problema ulteriore era che spesso convivevano nella stessa persona l’eroico volontario che si era battuto armi in pugno in Angola e il lavativo che arrivava in ritardo al lavoro e perdeva tempo con mille scuse. Era come se l’uomo nuovo di Che Guevara convivesse con il pelandrone irresponsabile.
Spesso poi quello stesso o quella stessa operaia o impiegata che lavorava poco e male, era pronto a passare domeniche sotto un sole accecante a fare lavoro volontario tagliando canna da zucchero o raccogliendo caffè. Dunque la contraddizione non era nemmeno confinata in tempi successivi, ma mescolava il venerdì con il sabato o la domenica con il lunedì.
Mia moglie, che è una rigida biologa bergamasca, lavorava nel laboratorio di un ospedale dell’Avana. Un suo compagno di lavoro, Arsenio, era il tipico lavativo. Lei si impegnava per ore, mentre lui se ne andava a corteggiare infermiere, e per di più Tina doveva fare anche il lavoro di quell’altro. Prendevano lo stesso salario e naturalmente mia moglie era indignata. Un giorno disse alla responsabile: “Ma perché non licenziate Arsenio?” “E no, quella è una misura capitalista, il lavoro è un diritto” rispose la capo laboratorio. Anche per chi non lavora. L’egualitarismo si era trasformato in disuguaglianza, perché ad identico lavoro non corrispondeva più identico salario. Ma la logica era capovolta, meno lavoro uguale salario.
Al denaro si sostituiva il ritorno ad una forma diffusa di baratto. Che aveva la conseguenza di intessere rapporti fitti nella società, basati sull’assistenza mutua e sullo scambio. La tessera di razionamento, la libreta, assicurava una serie di prodotti a bassissimo prezzo. Tutti avevano diritto, ed acquistavano, i prodotti, indipendentemente dal fatto che a ciascuno interessasse per sé proprio quell’oggetto. Toccava un chilo di zucchero a famiglia ogni 15 giorni, ma non tutti lo consumavano. Così se un vicino aveva diritto, e acquistava, le sigarette anche se non fumava, ecco che si scambiavano tre etti di zucchero con un pacchetto di sigarette. E così via. La quantità di scambi e la loro sistematicità avevano creato reti parallele e informali a metà tra la solidarietà e l’interesse.
Ma i segni della differenza si insinuarono poco a poco, anche se minimi. Mi ricordo che un giorno anch’io mi indignai perché il sindaco dell’Avana Fernandez Mell girava per la città con una Lada sovietica, uguale a tante altre, ma con i cerchioni delle ruote in lega. Mi sembrò un insopportabile privilegio.
Moltissimi prodotti erano razionati e tra l’altro toccava ad ognuno un sigaro al mese. Cominciò a girare una barzelletta. Un companero suona alla porta di un appartamento. Un bambino apre e prima che il visitatore possa aprire bocca, il ragazzino grida: “papà c’è un membro del Comitato centrale che ti cerca”. “Ma come hai fatto a capire che sono membro del Comitato centrale del Pc?” Chiede sbalordito il nuovo arrivato. “E’ che hai due sigari nel taschino”.
La domanda fondamentale, ma mai posta in questi termini ovviamente, era: la premessa secondo cui l’uomo è buono, ma le sovrastrutture lo bloccano, dunque è necessario abbattere queste per ritrovare l’uomo vero, corrisponde alla realtà profonda o no? Se la scomparsa del denaro, la costruzione di una società comunista, seppure tropicale e abbozzata, non portano alla nascita dell’uomo nuovo capace di un eroismo e di un volontarismo senza sosta e diffuso, ma anzi limitano lo sviluppo della società e del popolo, allora non occorre cambiare le premesse? Non saranno necessari accanto agli stimoli morali anche quelli materiali? Dunque la ricomparsa del denaro, del suo valore e dei prodotti e dei simboli di una scala sociale?
La timida risposta fu sì, anche se spesso il moralismo di fondo di un gruppo dirigente catto comunista e guevarista faceva tornare indietro questa ammissione. Cominciarono ad essere introdotti gli stimoli materiali. Spesso per noi ridicoli, ma che acquistavano effetti dirompenti in un Paese che in pochi anni e sull’onda di un entusiasmo straordinario aveva cancellato un passato di diseguaglianze profonde.
La rete di scambio solidale cominciò a diventare interessata, seppure per legami non immediatamente economici. A Cuba l’amico è il “socio”. Cominciò a girare la battuta che non c’era il socialismo, ma il sociolismo. Che valeva per piccole cose, una serata al ristorante, una bottiglia di rum, una gallina o meglio ancora un maiale da mangiare in una grande festa, l’immancabile birra, la fria, razionata, ma onnipresente in ricorrenze, cerimonie o anche solo pasti.
Ma voi lo sapete bene. La misura delle cose dipende dal confronto. Racconto spesso che quando a volte accompagnavo mia moglie al lavoro all’ospedale, ad un certo punto del tragitto attraversavo un grande incrocio. Quando in fila al semaforo c’erano un camion e due auto pensavo dentro di me “maledizione, questa mattina c’è coda”. Ma lo pensavo davvero. Oggi, nelle stesse identiche condizioni direi “Per fortuna questa mattina non c’è coda”,
Così i cerchi in lega su una Lada che qui oggi l’ultimo ragazzotto rifiuterebbe con sdegno, all’Avana di quegli anni, sull’auto del sindaco della città, erano un segno di differenza per me irritante.
L’esperienza del Paese con i soldi superflui è finita. Gli stimoli morali, da soli non sono riusciti nel miracolo di far diventare il popolo cubano un popolo di uomini nuovi. Certo, qualcosa è rimasto nel profondo. Si racconta che alcuni di coloro che erano scappati da Cuba in odio al comunismo o soltanto per cercare negli Stati Uniti una vita più agevole, andavano dal medico e chiedevano di essere visitati e curati e rimanevano senza parole quando gli chiedevano l’assicurazione o i soldi.
E ancora adesso che pure i dollari non sono più odiati, ma desiderati, sopravvive una parte di volontarismo e di aspirazione all’eroismo del disinteresse che è stato il fascino romantico di Cuba. Ma per l’appunto, oggi è un altro mondo.
(Testo dell’intervento letto alla presentazione del libro a cura di A. Voltolin, “L’ideologia del denaro”, Bruno Mondadori, 2011 presso: Università degli Studi di Milano – Polo di Mediazione Interculturale e Comunicazione, 8 aprile 2011)
Vorrei cominciare con una piccola confessione qui impegnativa: ho fatto a lungo il cronista, dunque sono sempre stato scarso sulle analisi, ma mi hanno molto interessato i racconti. Così ho deciso di raccontarvi la mia esperienza: sono uno dei pochissimi italiani che ha vissuto molti anni in un Paese, e in una epoca di quel Paese, in cui i soldi non contavano nulla.
Ho vissuto a Cuba tra il ‘75 e l’ 84, quando ancora forti erano le influenze di Che Guevara. Il Guerrillero aveva teorizzato che l’uomo rivoluzionario, l’uomo nuovo doveva agire mosso solo da stimoli morali disdegnando quelli materiali. A questo impianto ideologico si univa la scarsezza assoluta di beni, anche essenziali, e il risultato era l’accumulo di denaro in ciascuna famiglia che restava sdegnosamente inutilizzato.
Un amico, Juan Blasco, che ai nostri tempi era l’organizzatore di tutte le grandi manifestazioni cui partecipava Fidel, ci raccontava che quando vinse la Rivoluzione, venne chiamato da Castro che ordinò a lui, giovanissimo studente universitario, di diventare commissario interventore in un gruppo di banche in vista della loro unificazione e nazionalizzazione. Alla fine Fidel gli comunicò che gli toccava uno stipendio molto alto. Blasco scoppiò a piangere: “perché mi disprezzi al punto da offrirmi una retribuzione così alta. Perché mi offendi? Pensi che io non sia un rivoluzionario? “ gridò al Comandante.
Quando arrivai nell’isola, se un cubano depositava i soldi in banca non aveva diritto a nessun interesse. Qualche anno dopo, in seguito ad un dibattito ideologico serrato che voleva superare almeno in parte il guevarismo e le remore di quello che un nostro attuale governante definirebbe un pericoloso catto comunismo, si stabilì che gli interessi andavano concessi a chi depositava in banca. Ma con una divertente inversione della logica, più alto era il conto, più bassi gli interessi.
C’era poi una banca per stranieri dove si potevano depositare e ritirare, naturalmente sempre senza interessi, i detestati dollari. Vi avevano accesso diplomatici e giornalisti accreditati. Un giorno arrivò all’Avana la prima italiana fruitrice di una borsa di studio, la professoressa napoletana Alessandra Riccio. Aveva con sé i dollari per pagarsi la permanenza e la accompagnai nella banca per stranieri dove voleva aprire un conto. Il cassiere le chiese: “Lei è diplomatica?””No” rispose Alessandra. “lei è giornalista?” “No, sono una professoressa universitaria italiana titolare di una borsa di studio del governo cubano” “Mi spiace, ma allora non può depositare i suoi dollari”. Alessandra rimase senza parole, poi mi disse “In banca a Napoli prima ti prendono i soldi, poi ti chiedono perché vuoi depositarli”.
Nel settembre del 1975, Fidel Castro in un comizio sulla plaza de la Revolucion disse che il prezzo dello zucchero sui mercati internazionali era crollato, dunque occorreva risparmiare. Qualche sera dopo incontrai il ministro dell’educazione, che a Cuba è così importante da essere sempre vice primo ministro. “Allora il suo ministero adesso dovrà tagliare il bilancio” gli chiesi con la logica da ex consigliere comunale sestese. “Bilancio? – mi guardò stupito José Ramon Fernandez – Ma il mio Ministero non ha un bilancio”.
Questo modo di intendere il rapporto col denaro, o, come si diceva allora, con gli stimoli materiali, produceva effetti contradditori. Esaltava un nucleo di eroi volontari, pronti a prendere le armi per la Rivoluzione e totalmente disinteressati, e faceva crescere una quantità di lavoratori che non lavoravano. Se era indifferente infatti impegnarsi per più ore al giorno rispetto alla retribuzione o all’acquisizione di beni, perché dannarsi l’anima? Il problema ulteriore era che spesso convivevano nella stessa persona l’eroico volontario che si era battuto armi in pugno in Angola e il lavativo che arrivava in ritardo al lavoro e perdeva tempo con mille scuse. Era come se l’uomo nuovo di Che Guevara convivesse con il pelandrone irresponsabile.
Spesso poi quello stesso o quella stessa operaia o impiegata che lavorava poco e male, era pronto a passare domeniche sotto un sole accecante a fare lavoro volontario tagliando canna da zucchero o raccogliendo caffè. Dunque la contraddizione non era nemmeno confinata in tempi successivi, ma mescolava il venerdì con il sabato o la domenica con il lunedì.
Mia moglie, che è una rigida biologa bergamasca, lavorava nel laboratorio di un ospedale dell’Avana. Un suo compagno di lavoro, Arsenio, era il tipico lavativo. Lei si impegnava per ore, mentre lui se ne andava a corteggiare infermiere, e per di più Tina doveva fare anche il lavoro di quell’altro. Prendevano lo stesso salario e naturalmente mia moglie era indignata. Un giorno disse alla responsabile: “Ma perché non licenziate Arsenio?” “E no, quella è una misura capitalista, il lavoro è un diritto” rispose la capo laboratorio. Anche per chi non lavora. L’egualitarismo si era trasformato in disuguaglianza, perché ad identico lavoro non corrispondeva più identico salario. Ma la logica era capovolta, meno lavoro uguale salario.
Al denaro si sostituiva il ritorno ad una forma diffusa di baratto. Che aveva la conseguenza di intessere rapporti fitti nella società, basati sull’assistenza mutua e sullo scambio. La tessera di razionamento, la libreta, assicurava una serie di prodotti a bassissimo prezzo. Tutti avevano diritto, ed acquistavano, i prodotti, indipendentemente dal fatto che a ciascuno interessasse per sé proprio quell’oggetto. Toccava un chilo di zucchero a famiglia ogni 15 giorni, ma non tutti lo consumavano. Così se un vicino aveva diritto, e acquistava, le sigarette anche se non fumava, ecco che si scambiavano tre etti di zucchero con un pacchetto di sigarette. E così via. La quantità di scambi e la loro sistematicità avevano creato reti parallele e informali a metà tra la solidarietà e l’interesse.
Ma i segni della differenza si insinuarono poco a poco, anche se minimi. Mi ricordo che un giorno anch’io mi indignai perché il sindaco dell’Avana Fernandez Mell girava per la città con una Lada sovietica, uguale a tante altre, ma con i cerchioni delle ruote in lega. Mi sembrò un insopportabile privilegio.
Moltissimi prodotti erano razionati e tra l’altro toccava ad ognuno un sigaro al mese. Cominciò a girare una barzelletta. Un companero suona alla porta di un appartamento. Un bambino apre e prima che il visitatore possa aprire bocca, il ragazzino grida: “papà c’è un membro del Comitato centrale che ti cerca”. “Ma come hai fatto a capire che sono membro del Comitato centrale del Pc?” Chiede sbalordito il nuovo arrivato. “E’ che hai due sigari nel taschino”.
La domanda fondamentale, ma mai posta in questi termini ovviamente, era: la premessa secondo cui l’uomo è buono, ma le sovrastrutture lo bloccano, dunque è necessario abbattere queste per ritrovare l’uomo vero, corrisponde alla realtà profonda o no? Se la scomparsa del denaro, la costruzione di una società comunista, seppure tropicale e abbozzata, non portano alla nascita dell’uomo nuovo capace di un eroismo e di un volontarismo senza sosta e diffuso, ma anzi limitano lo sviluppo della società e del popolo, allora non occorre cambiare le premesse? Non saranno necessari accanto agli stimoli morali anche quelli materiali? Dunque la ricomparsa del denaro, del suo valore e dei prodotti e dei simboli di una scala sociale?
La timida risposta fu sì, anche se spesso il moralismo di fondo di un gruppo dirigente catto comunista e guevarista faceva tornare indietro questa ammissione. Cominciarono ad essere introdotti gli stimoli materiali. Spesso per noi ridicoli, ma che acquistavano effetti dirompenti in un Paese che in pochi anni e sull’onda di un entusiasmo straordinario aveva cancellato un passato di diseguaglianze profonde.
La rete di scambio solidale cominciò a diventare interessata, seppure per legami non immediatamente economici. A Cuba l’amico è il “socio”. Cominciò a girare la battuta che non c’era il socialismo, ma il sociolismo. Che valeva per piccole cose, una serata al ristorante, una bottiglia di rum, una gallina o meglio ancora un maiale da mangiare in una grande festa, l’immancabile birra, la fria, razionata, ma onnipresente in ricorrenze, cerimonie o anche solo pasti.
Ma voi lo sapete bene. La misura delle cose dipende dal confronto. Racconto spesso che quando a volte accompagnavo mia moglie al lavoro all’ospedale, ad un certo punto del tragitto attraversavo un grande incrocio. Quando in fila al semaforo c’erano un camion e due auto pensavo dentro di me “maledizione, questa mattina c’è coda”. Ma lo pensavo davvero. Oggi, nelle stesse identiche condizioni direi “Per fortuna questa mattina non c’è coda”,
Così i cerchi in lega su una Lada che qui oggi l’ultimo ragazzotto rifiuterebbe con sdegno, all’Avana di quegli anni, sull’auto del sindaco della città, erano un segno di differenza per me irritante.
L’esperienza del Paese con i soldi superflui è finita. Gli stimoli morali, da soli non sono riusciti nel miracolo di far diventare il popolo cubano un popolo di uomini nuovi. Certo, qualcosa è rimasto nel profondo. Si racconta che alcuni di coloro che erano scappati da Cuba in odio al comunismo o soltanto per cercare negli Stati Uniti una vita più agevole, andavano dal medico e chiedevano di essere visitati e curati e rimanevano senza parole quando gli chiedevano l’assicurazione o i soldi.
E ancora adesso che pure i dollari non sono più odiati, ma desiderati, sopravvive una parte di volontarismo e di aspirazione all’eroismo del disinteresse che è stato il fascino romantico di Cuba. Ma per l’appunto, oggi è un altro mondo.
domenica 20 marzo 2011
L'ideologia del denaro
L'IDEOLOGIA DEL DENARO
Tra psicoanalisi, letteratura, antropologia
Presentazione del saggio edito da Bruno Mondadori
8 Aprile 2011 - ore 9.30
Aula Magna Università degli Studi di Milano
Sesto San Giovanni - Piazza Indro Montanelli, 1
MM1 Sesto Marelli
Giorgio Oldrini, Sindaco di Sesto San Giovanni
Giovanni Turchetta, Docente di Letteratura Italiana Comparata - Università di Milano
Giorgio Lunghini, Docente di Economia Politica - Università di Pavia
Adriano Voltolin, Psicoanalista, Curatore del saggio
Coordina
Dario D'Andrea, Dirigente scolastico - Membro SPC
venerdì 10 dicembre 2010
Il mito del denaro
Claudio Widmann
Il mito del denaro
conduce il dibattito Franco Romanò
Sabato 29 gennaio 2011
ore 9.15-13.00
Ingresso libero
presso:
Associazione Culturale Punto Rosso
Via G. Pepe 14, Milano (MM2 Garibaldi)
Il mito del denaro
conduce il dibattito Franco Romanò
Sabato 29 gennaio 2011
ore 9.15-13.00
Ingresso libero
presso:
Associazione Culturale Punto Rosso
Via G. Pepe 14, Milano (MM2 Garibaldi)
lunedì 11 ottobre 2010
Psicoanalisi oggi tra tecnica e ideologia
Psicoanalisi oggi tra tecnica e ideologia: tracce per una storia
di Pier Francesco Galli
Conduce il dibattito Adriano Voltolin
Sabato 30 ottobre 2010 - ore 9,15/13,00
ingresso libero
Associazione Culturale Punto Rosso
Via Guglielmo Pepe, 14 - Milano
(MM2 - Garibaldi)
di Pier Francesco Galli
Conduce il dibattito Adriano Voltolin
Sabato 30 ottobre 2010 - ore 9,15/13,00
ingresso libero
Associazione Culturale Punto Rosso
Via Guglielmo Pepe, 14 - Milano
(MM2 - Garibaldi)
Iscriviti a:
Post (Atom)